Fonte dati: Ricerca SWG “Radar”, aprile 2026
Cosa sta cambiando nel modo in cui gli italiani pensano alla casa?
Più di quanto si immagini. Secondo la ricerca SWG di aprile 2026, il 49% degli italiani guarda con favore a modelli abitativi “ibridi”, soluzioni in cui lo spazio privato coesiste con aree e servizi condivisi, adattabili alle diverse fasi della vita. Non è una moda passeggera: è un segnale che il concetto stesso di abitare si sta evolvendo. Come studio di architettura, lo vediamo ogni giorno nella qualità delle domande che ci fanno i committenti.
Chi è interessato al co-housing? Solo i giovani?
No, e questo è uno dei dati più interessanti della ricerca SWG. L’apertura verso soluzioni abitative condivise attraversa tutte le generazioni: 60% tra la Gen Z, 51% tra i Millennials, 48% tra la Gen X e 45% tra i Baby Boomers. Cambia il motivo, ma non cambia l’interesse. I giovani cercano flessibilità e socialità; gli anziani attivi vogliono restare in relazione senza rinunciare all’autonomia. Progettare spazi che rispondano alle esigenze di tutti significa ragionare non su un unico utente tipo, ma su una comunità plurale e in movimento.
Quali bisogni spingono verso questa scelta?
La ricerca SWG identifica tre motivazioni principali: il desiderio di più occasioni di socialità e convivialità (31%), la necessità di vivere in un contesto più sicuro e protetto (31%) e il bisogno di sentirsi meno soli nella vita quotidiana (28%). Seguono la voglia di riscoprire una dimensione di vicinato (26%) e la condivisione di spese e servizi (26%). Per noi architetti questi numeri si traducono in spazi: cucine attrezzate, terrazze condivise, coworking interni, sale comuni che non siano corridoi di passaggio ma luoghi in cui si ha davvero voglia di stare.
Come risponde l’architettura a tutto questo?
Con ascolto, prima che con forma. Il co-housing non è solo un edificio con aree comuni: è una struttura di relazioni che l’architettura può sostenere o ostacolare. Significa lavorare sulla modulazione degli spazi, dal molto privato al molto pubblico, e sulla qualità di ogni soglia. Significa pensare alla luce, all’acustica, alla disposizione degli ingressi. Significa che il progetto deve parlare alle persone che lo abiteranno oggi e a quelle che lo abiteranno tra vent’anni. I dati SWG ci ricordano che 1 italiano su 2 è già pronto a questo cambiamento. Noi architetti abbiamo il compito di non arrivare in ritardo.
Quali immobili si prestano a queste operazioni?
L’Italia è disseminata di immobili in disuso per dimensioni, vetustà, costi di gestione insostenibili. Sono dimore (cascinali, palazzi, borghi) che si prestano molto bene ad essere ripensati e riqualificati per queste funzioni dove il privato ed il sociale si incontrano in spazi ripensati su misura. Anche la flessibilità degli spazi è un valore: le esigenze possono cambiare e gli spazi devono essere adattabili ai mutamenti.


